Autonomia differenziata e regionalizzazione della scuola. Le ragioni del no

di Carmen D’ Anzi

Ha lavorato carsicamente e avvolto per troppo tempo in un assordante silenzio generale, il progetto dell’autonomia differenziata, che rischia di essere approvato a ogni Consiglio dei Ministri, se dovesse passare andrebbe a scardinare i principi di cittadinanza e il funzionamento non solo del sistema d’istruzione nazionale ma anche di altri servizi pubblici, dalla sanità alle infrastrutture, dai porti agli aeroporti, e poi strade e autostrade, fondi pluriennali dell’università. Insomma verrebbe meno la tenuta del sistema Paese emarginando i più vulnerabili e indifesi. A rompere il torpore intorno a questo tema ci ha provato, lo scorso 4 maggio, il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale del Comitato di Potenza, che ha invitato il costituzionalista Massimo Villone per illustrare la valenza politica di un progetto disgregatore di tale portata: se ogni regione trattenesse per sé il 90% del gettito erariale riscosso sul proprio territorio, così come ha deliberato il Veneto nel referendum del 2 ottobre 2017, sarebbe la fine della scuola statale, della sanità pubblica e di qualsiasi politica su infrastrutture e sviluppo.

Come è noto, la riforma del titolo V della Costituzione del 2001 ha subito una rapida accelerazione con i referendum consultivi delle regioni Lombardia e Veneto fino agli accordi di preintesa firmati tra il sottosegretario Bressa (governo Gentiloni) e i governatori del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna, ed oggi è inserito al punto 20 dell’attuale esecutivo giallo-verde. Non a caso si parla di secessione dei ricchi[1]: non potendo fare deficit, lo Stato ridurrebbe le risorse e i servizi per le regioni più povere; ecco quindi che senza fondi da destinare alla perequazione fra le regioni più ricche e meno ricche, lo storico divario tra Nord e Sud si acuirebbe. La desertificazione delle risorse economiche si accompagnerebbe anche al grande tema dello spopolamento e a quello scolastico: stando agli ultimi dati, nelle regioni del Sud si perdono il 70% delle iscrizioni del totale italiano e la Basilicata ha il primato negativo, poiché nel prossimo settembre entreranno in aule 1742 studentesse e studenti in meno.

L’autonomia regionale differenziata non porterebbe dunque solo alla frantumazione del sistema unitario di istruzione, minando nel contempo alla radice l’uguaglianza dei diritti, il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento (Costituzione, artt. 3, 33 e 34), ma subordinerebbe l’organizzazione scolastica alle scelte politiche, prima ancora che economiche, condizionando localmente gli organi collegiali. In base al DDL tutte le materie che riguardano la scuola, e oggi di competenza esclusiva dello Stato, passerebbero alle regioni, con il trasferimento delle risorse umane e finanziarie. Anche i percorsi di Alternanza Scuola Lavoro, di istruzione degli adulti e l’istruzione tecnica superiore sarebbero decisi a livello territoriale, con progetti sempre più legati alle esigenze produttive locali, così come sarebbero decisi a livelli territoriale gli indicatori per la valutazione degli studenti. Anche le procedure concorsuali avrebbero ruolo regionale e più difficili diventerebbero i trasferimenti interregionali. Per bloccare questo disastroso progetto di disgregazione del sistema nazionale il 14 febbraio scorso tutte le sigle sindacali, firmatarie e non firmatarie di contratto nazionale, dell’associazionismo professionale e della rete degli studenti, hanno sottoscritto un documento chiamando alla mobilitazione per il 17 maggio scorso e lanciando una raccolta firme. Tutto il personale della scuola aveva salutato con soddisfazione il lavoro unitario al Tavolo contro la regionalizzazione, ma nella notte tra il 23 e il 24 aprile scorso, durante il Consiglio dei ministri, i sindacati firmatari di contratto hanno sottoscritto clamorosamente un’intesa e hanno sospeso lo sciopero, accettando rassicurazioni ritenute insufficienti, a dire dei sindacati di base, che hanno avversato profondamente questa linea morbida che ha lasciato disorientati i più informati. Si comprende bene come lo sciopero del 17 maggio, a soli dieci giorni dalle elezioni europee, avrebbe avuto un impatto politico e mediatico. A nulla è valso l’appello ai cinque sindacati da parte delle diciassette associazioni di insegnanti per la difesa della democrazia a revocare l’intesa sottoscritta, che al paragrafo 4, intitolato “La scuola del Paese”, affronta genericamente la questione. Lo sciopero confermato e rilanciato dai Comitati di base (Cobas, Unicobas, Cub scuola Università e Anief) e altre associazioni di categoria è comunque riuscito: dai dati pervenuti risulta che docenti ed Ata hanno scioperato scendendo in piazza nelle principali città Napoli, Bologna, Palermo, Genova, Padova e con manifestazione nazionale a Roma[2]. La scuola della regionalizzazione non ci piace: non è, riprendendo le parole del costituzionalista Massimo Villone, “quella che i padri e le madri costituenti ci hanno consegnato[3]”.

[1] *G. Viesti, Verso la secessione dei ricchi?, Bari, Laterza, 2019.

[2] Mentre questo articolo va in stampa, sono aperti i tavoli tecnici di cui aspettiamo gli esiti.
[3] M. Villone, Italia, divisa e diseguale, Napoli, Editoriale scientifica, 2019

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