Le ragioni del no alle controriforme costituzionali: ieri e oggi

no controriforme alla Costituzione

di Gerardo Lisco.

25 e 26 giugno 2006, 4 dicembre 2016: a dieci anni di distanza, si celebra un nuovo referendum costituzionale. Le ragioni del No, pur essendo cambiato il segno politico del governo che ha proposto la controriforma costituzionale, restano le stesse.

Secondo la definizione data da Alessandro Pizzorno, la Costituzione sta ad indicare il complesso dei principi fondamentali che regolano l’organizzazione politica di uno Stato e, al tempo stesso, il documento in cui tali principi sono, eventualmente, enunciati. E’ pacifico che non sempre la Costituzione di uno Stato è identificabile con un unico documento promulgato come tale, in questo caso viene desunta da una serie di atti, i quali per le proprie intrinseche caratteristiche, sono definibili come Costituzione.

Questa premessa serve per sviluppare non un discorso di tecnica giuridica ma per definire concettualmente cos’è una Costituzione e trarre spunto per delle riflessioni sul prossimo referendum relativo alle modifiche apportate alla seconda parte della Costituzione italiana. La Costituzione è quindi un complesso di principi ed è, allo stesso tempo, un prodotto culturale e politico con una forte valenza etica. Se una Costituzione è tutto ciò, il referendum può essere affrontato soltanto in termini di difesa di principi. Con le modifiche unilaterali apportate alla seconda parte della Costituzione, ossia all’Ordinamento della Repubblica, sono stati messi in discussione i principi di carattere generale sui quali si regge appunto lo Stato democratico. Per capire fino in fondo la valenza e il segno dell’azione politica condotta sia dal governo Berlusconi che dall’attuale governo Renzi, bisogna soffermarsi per un attimo su come è nata l’attuale Carta Costituzionale.

La Costituzione del ’47, come ha scritto Bobbio, è stata il prodotto di un compromesso tra classi dirigenti, espressioni di culture politiche e visioni del mondo alternative tra di loro che, pur in presenza di differenze sostanziali, sono state in grado di fissare una serie di principi che hanno garantito a questo Paese progresso civile e crescita economica e sociale.

I principi che sono stati posti al centro della Costituzione sono esattamente quei valori sui quali si fonda e si regge un sistema democratico: pluralismo, il riconoscimento dell’altro, la giustizia e il progresso sociale, la definizione chiara e precisa dei compiti attribuiti ai poteri di uno Stato.

Al referendum del 4 Dicembre, come a quello del 25 e 26 giugno 2006, invito a votare No perché siamo in presenza di una riscrittura unilaterale della Costituzione. Sono consapevole che i mutamenti strutturali in atto, sia a livello nazionale che internazionale, riconducibili ai processi di globalizzazione o, ad esempio, alla nascita di istituzioni sopranazionali, rendono necessario pensare ad un diverso rapporto tra centro e periferia ma anche ad immaginare istituzioni molto più vicine alle comunità locali. In sostanza, ciò che serve non è il potenziamento dell’esecutivo, attribuendo al Presidente del Consiglio poteri e prerogative che lo rendono simile a un monarca assoluto del XVIII secolo svilendo ruolo e funzioni del Parlamento insieme a tutti gli altri organi di garanzia e di controllo previsti dal nostro ordinamento.

L’idea di una modifica della Costituzione non è un’idea recente. Di Commissioni Parlamentari aventi ad oggetto la modifica della Carta Costituzionale ve ne è stata più di una. La prima Commissione Bicamerale è stata quella presieduta dall’onorevole Bozzi, istituita nell’ottobre del 1983, che terminò mestamente i lavori il 29 gennaio 1985, presentando la relazione conclusiva dei lavori. Dei 40 commissari che compongono la Commissione (41 compreso il Presidente) sono presenti poco più della metà. Ancora più esiguo il numero di coloro che la approvano. L’idea dell’istituzione di una Commissione Parlamentare per la riforma della Costituzione trova una prima formulazione in occasione della fiducia al primo Governo Spadolini ( agosto – settembre 1982); successivamente, le Commissioni Affari Costituzionali della Camera e del Senato deliberarono la formazione di appositi comitati di studio. I lavori dei comitati di studio furono presentati ai presidenti delle Camere il 29 ottobre 1982. Con le dimissioni del secondo governo Spadolini e la formazione del quinto governo Fanfani, da più parti furono avanzate mozioni, per la precisione la mozione 1- 00229 di Labriola ed altri, la n. 1-00232 di Pazzaglia ed altri, la n. 1 – 00243 di Napolitano ed altri, tutte presentate il 7 marzo 1983. La maggioranza fece propria la mozione Labriola. Ma soltanto a seguito di un incontro tra le forze politiche che componevano l’allora maggioranza e il PCI, si giunse alla redazione di un’unica mozione. Con la sopravvenuta crisi di governo e la nascita del primo governo Craxi, il 12 ottobre, con l’approvazione delle mozioni Bozzi e Bisaglia, si procedette all’istituzione della Prima Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali.

Il dibattito sulle riforme istituzionali si inserisce nel dibattito politico italiano a partire dalla fine degli anni ‘70 e ‘80 proseguendo fino ad oggi. Il tema della Grande Riforma Istituzionale trae spunto sicuramente da alcune questioni poste da un saggio del 1975 della Commissione Trilaterale curato da Crozier, Huntington, Watnuki: il titolo del saggio è “ La crisi della Democrazia”. In sintesi, in questo saggio era sostenuto che dalla crisi di governabilità, generata dalla logica di funzionamento dei sistemi democratici a pluralismo sociale e politico, si usciva soltanto con politiche e meccanismi di governo capaci di contenere e ridurre alla moderazione i bisogni, i soggetti e le domande che premono sul sistema politico – rappresentativo.

In Italia, da sinistra, è Giuliano Amato a farsi interprete delle tesi poste dalla Trilaterale. Temi questi ribaditi nel 2013 da un documento della Banca d’Affari JP Morgan. Non è un caso che oggi Giuliano Amato sostenga le ragioni del Si alla controriforma del DDL Boschi/Verdini/JP Morgan.

Per capire fino in fondo il senso della Costituzione nata nel 1947, è interessante quanto ha detto in merito Leo Valiani: “La Democrazia Cristiana e il Partito Comunista pur avendo collaborato nella redazione della carta costituzionale, avevano paura di essere, al limite messi fuori legge ( …) . L’essenziale era che tutti i partiti esistenti nel paese fossero rappresentati nel Parlamento, avessero gli stessi diritti e doveri e che il Parlamento rispecchiasse fedelmente il Paese”. Nel DDL Boschi/Verdini/JP Morgan ad essere messo in discussione è questo elemento che rappresenta il sale della nostra democrazia.

Il passaggio dagli anni ‘80 agli anni ‘90 è segnato da sconvolgimenti nazionali ed internazionali. In Italia, assistiamo alla stagione delle inchieste della magistratura milanese; in campo internazionale, l’evento dirompente è la fine dell’Unione Sovietica rappresentata simbolicamente dal “Crollo del Muro di Berlino” . In Italia gli effetti sono la fine dei vecchi partiti politici, cioè la fine di quei partiti che avevano fatto la Costituzione e quindi fissato le clausole del contratto sociale tra politica e società. Le degenerazioni politiche del sistema politico italiano nel corso degli anni ‘80, dovute al lungo processo di transizione cominciato alla fine degli anni ’70, fanno si che l’opinione pubblica accomuni le degenerazioni partitocratiche con lo stesso Stato repubblicano e democratico nato dalla Resistenza. Per cui all’indomani della crisi dei partiti tradizionali, crisi che comporta la scomparsa di alcuni di loro o il cambiamento della ragione sociale da parte di alcuni, il problema delle riforme istituzionali si ripropone. Nel 1992 viene istituita una nuova Commissione Bicamerale con lo scopo appunto di rivedere l’impianto relativo all’Ordinamento dello stato contenuto nella seconda Parte della Costituzione, Commissione De Mita – Iotti. Contro la Commissione Bicamerale si costituisce addirittura un Comitato guidato da Mario Segni che si pone come obiettivo la formazione dell’Assemblea Costituente. Cambiamenti sostanziali verranno apportati comunque a colpi di referendum che determineranno l’introduzione di un nuovo sistema elettorale: il cosiddetto Mattarellum.

Sulla scena politica italiana, le novità sono la ricomposizione delle formazioni politiche tradizionali o addirittura la loro scomparsa e la nascita di formazioni politiche avulse dalla comune identità rappresentata appunto dalla Costituzione del ‘47. La controriforma costituzionale proposta dal governo Renzi si inserisce esattamente in questa frattura storica esaltando la rottura con le culture politiche che hanno fondato lo Stato repubblicano. Culture politiche che addirittura riprendono i valori della tradizione risorgimentale: democratica, socialista e repubblicana.

La Terza Commissione Bicamerale, voluta dall’allora Presidente del Consiglio D’Alema, presieduta dallo stesso, eletto con i voti non solo del Centro Sinistra ma anche di Forza Italia, CCD e CDU, era composta da 70 membri, 35 in rappresentanza di ogni Camera. La Commissione suddivise i lavori fra diverse Commissioni interne, per la precisione quattro che trattavano le seguenti materie: forme di Stato, forme di governo, Parlamento, giustizia. Con l’intervento dei commissari leghisti, i quali non avevano partecipato mai ai lavori, il 4 giugno, la proposta del semipresidenzialismo batte la proposta del premierato sponsorizzato da quasi tutto il centrosinistra. Lo spirito di questa Commissione Bicamerale non è proprio quello dell’Assemblea Costituente, ma comunque opera tentando il coinvolgimento di tutte le forze politiche.

Come si può vedere, ben altra cosa è quanto è stato fatto dal Governo Renzi approvando una legge di controriforma della Costituzione a maggioranza.

La Costituzione del ‘47, quando nacque, ebbe pesanti critiche da parte anche di alcuni costituenti come Calamandrei, oltre che da parre di uomini della cultura come Salvemini e Croce. Rispondendo a Salvemini, Bobbio affermò che la Costituzione è il risultato di un compromesso, ma un compromesso che solo grandi classi dirigenti sono in grado di fare.

Come ha scritto Scoppola: “Il compromesso costituzionale, per quanto discutibile dal punto di vista del buon funzionamento dello Stato, alla logica del nemico da abbattere sostituiva quella del confronto e della convivenza. Quando si parla oggi con disprezzo di compromesso e di fase consociativa della nostra storia repubblicana si dimentica il valore racchiuso nell’etimo stesso di queste parole; compromesso viene da un promettere insieme: il con – sociare; il fare insieme, è la condizione minima di una convivenza democratica e non era impresa da poco dopo le lacerazioni della guerra e le nuove lacerazioni che si annunciano nel dopoguerra”.

Le lacerazioni prodotte dalla crisi finanziaria del 2007 – 08 sono della stessa intensità. Il 60% degli italiani teme per il proprio futuro. I redditi degli italiani sono ritornati indietro di decenni. Il PIL, nonostante i continui tagli alla spesa pubblica per il sociale, la riduzione dei diritti sociali, la precarizzazione del lavoro ed altro ancora, cresce di uno stentato 0 virgola qualcosa %.

Del compromesso di cui parlava Scoppola non vi è traccia nel DDL Boschi/Verdini/JP Morgan. Per capirlo è sufficiente, ad esempio, comparare l’attuale art. 70 con quello modificato. La semplificazione procedurale viene complicata moltiplicando per dieci i procedimenti per l’approvazione di una legge. Più che di superamento del bicameralismo paritario, siamo in presenza di un bicameralismo confuso che, di fatto, riconduce il potere legislativo allo stesso esecutivo.

Il Capo dello Stato viene privato del ruolo di “custode della Costituzione” come lo definiva Carl Schmitt. Per non parlare del Presidente del Consiglio che di fatto finisce con l’essere svincolato da qualsiasi controllo da parte del Parlamento, visto che i parlamentari eletti dal combinato disposto, con il sistema elettorale “Italicum”, sono persone sostanzialmente nominate da lui. Per non parlare dell’incongruenza rispetto al Senato o delle previsioni contenute negli artt. 116 e 117 che introducono il regionalismo a geometrie variabili. Le regioni che rispettano i vincoli imposti dal Patto di stabilità possono chiedere che le materie avocate allo Stato Centrale possano essere di nuovo delegate.

Sono queste soltanto alcune delle incongruenze presenti, contraddizioni che fanno nascere il sospetto che siano state volute di proposito e fanno parte di un disegno per destabilizzare il sistema rendendolo ingovernabile per poi finire non si sa dove.

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