I motivi per votare SI’ il 17 aprile

no-triv

di Tiziana Medici – NO TRIV Basilicata

Abbiamo sperimentato qui in Basilicata da più di 20 anni che le estrazioni petrolifere non portano sviluppo: continuiamo ad essere un popolo povero, senza lavoro, senza prospettive (perché anche quei pochi che lavorano tra un po’ di anni si troveranno di nuovo sulla strada), un popolo destinato ad affrontare solo tumori e malattie varie, a vedere scappare i nostri figli il più lontano possibile, a rinunciare alle attività turistiche, ai prodotti tipici che ci hanno reso famosi nel mondo. Perché la Basilicata è destinata nell’immediato futuro ad essere punto di smistamento per tutta l’Europa del gas proveniente dall’Oriente. Non basta il petrolio. Ora Puglia e Basilicata sono state individuate come terre di passaggio e di distribuzione del gas proveniente dall’ Azerbaigian sul Mar Caspio e che, attraversate la Turchia, la Grecia, l’Albania, supera lo stretto di Otranto in Puglia e giunge a noi attraverso un gasdotto. Qui in Basilicata il primo hub di stoccaggio e compressione dovrebbe essere in Val Basento, tra Salandra e Ferrandina, gestito dalla russa Geogastock gasdotto, per continuare il suo percorso fino a Minerbio (BO), attraversando 10 regioni e destinato in Europa.

La produzione di energia ottenuta bruciando gas, carbone e derivati del petrolio immette in atmosfera grandi quantità di sostanze che determinano un aumento esagerato dell’ l’effetto serra naturale, aumento che sappiamo essere all’origine dei cambiamenti climatici. Non solo, l’estrazione e la lavorazione del petrolio necessitano dell’uso di sostanze pericolosissime per la salute umana e per gli altri esseri viventi del pianeta: sostanze acide e composti a base di zolfo che sono presenti nel petrolio di scarsa qualità come il nostro.

Inquinamento dell’acqua: le perforazioni petrolifere scendono per km nel sottosuolo intercettando sistematicamente le falde idriche che sono collocate a profondità decisamente inferiori. Pur essendo il pozzo rivestito di una camicia isolante, spesso questa si ferma nelle prime decine di metri o si fessura durante la risalita del greggio misto a pietre e sostanze corrosive di varia natura. I bacini d’acqua sotterranei vengono quindi compromessi in maniera irreversibile, anche per l’uso di uranio impoverito. Le risorse idriche sotterranee subiscono un forte impatto inquinante, insieme ad un fortissimo sfruttamento. Per ogni barile di greggio si estraggono 8 barili di acque di strato, miscelate a circa 400 sostanze tossiche e metalli pesanti, che devono essere reiniettate in profondità a forte pressione. Poiché i controlli sono per lo più inadeguati, talvolta inesistenti, queste acque di risulta, ormai inquinate, come afferma la stessa Commissione Antimafia, Ciclo Rifiuti, vengono affidate alla criminalità organizzata che nottetempo le sversa nei fiumi o nei laghi. Di grande rilievo le indagini in corso da due anni, che riguardano ben 37 dirigenti e funzionari regionali, del Centro Oli, di Tecnoparco spa di Pisticci, di Confindustria, con l’ipotesi di contraffazione dolosa dei codici CER.

Inquinamento del suolo: le nuove tecniche di perforazione consentono alla trivella, una volta raggiunta la profondità desiderata, di camminare anche in orizzontale estendendo la sua capacità mortifera ad una quantità di sottosuolo enorme. Una volta fatto il danno, la bonifica è praticamente impossibile , dal punto di vista sia tecnico che economico. Anche se la legge prevede che i danni fatti durante queste attività debbano essere risarciti dalle Compagnie petrolifere che li hanno causati, queste hanno trovato il sistema per eludere i risarcimenti, affidando i lavori più compromettenti a società più piccole ed economicamente non affidabili che, in caso di condanna, dichiarano fallimento.

Inquinamento culturale: Dopo aver fatto credere che sia possibile ed innocua la convivenza tra estrazione, agricoltura e turismo, il connubio lobbies/amministratori e partiti politici ha reso mediaticamente imprescindibile l’apporto delle royalties per Università, sanità, Copes (sostegno economico a circa 3000 indigenti), lavori socialmente utili, mentre in Val d’Agri e nella Valle del Sauro (Tempa Rossa) chiudono centinaia di aziende agricole e zootecniche. L’assessore Berlinguer spinge perché i comuni lucani deliberino in massa (ad oggi 51) una proposta di legge europea finalizzata al riconoscimento di zone franche a fiscalità differenziata per i prodotti energetici (pochi spiccioli, mentre in regione si praticano accise tra le più alte alla pompa!), proprio per mitigare la percezione di mancato vantaggio economico e lavorativo rispetto ai conclamati danni ambientali. Miseri finanziamenti delle multinazionali corrompono scuole, paesi, chiese, con qualche computer e tornei di calcetto, organizzando addirittura campi scuola e tours del petrolio. Pesante e pervasivo l’intervento mediatico, che coinvolge il cinema e la stessa competizione canora di S. Remo.

A questo punto i lettori e i cittadini lucani che voteranno al referendum del 17 Aprile possono legittimamente porsi la domanda : quali alternative a tutto ciò proponete? La risposta è presto detta : le fonti rinnovabili come il vento, l’energia solare (usati in maniera non deturpante e nociva al paesaggio e alla salute delle persone), l’energia mareomotrice, l’idrogeno, passando in modo adeguato dal fossile alle rinnovabili. E poi la protezione del clima. Meritano una riflessione necessaria l’effetto serra e la Cop21 recentemente tenutasi a Parigi. Nell’atmosfera le molecole di gas come il vapore acqueo, l’anidride carbonica, il metano e le polveri sottili catturano i raggi solari e li diffondono in direzione della Terra. La vita sulla Terra per come noi la conosciamo è determinata proprio dal tepore causato dall’effetto serra naturale. Con l’industrializzazione l’uomo ha contribuito ad aumentare il riscaldamento globale in maniera sempre più rapida. Nei paesi industrializzati l’anidride carbonica è il gas che contribuisce per l’80% all’effetto serra; esso viene prodotto da tutti gli esseri viventi durante la respirazione e decomposizione, ma la maggiore quantità di esso è generato dalle industrie che usano fonti fossili per soddisfare il loro fabbisogno di energia. Attualmente stiamo immettendo in atmosfera ogni anno circa 25 miliardi di tonnellate di CO2 e la sua concentrazione nell’atmosfera risulta essere la più alta degli ultimi 650.000 anni. L’aumento esponenziale di questo gas risulta essere il responsabile dei cambiamenti climatici in atto, le cui conseguenze sono state prese in considerazione da 195 Paesi riuniti a Parigi per la Cop21 nello scorso autunno. L’obbiettivo consisteva nel trovare un accordo vincolante, in maniera da stabilire un tetto per le emissioni dei gas serra, anche se diverso da paese a paese in base ai diversi livelli di sviluppo. Il tutto per contenere a 2°C l’aumento della temperatura nei prossimi 20 anni.

Da questo punto di vista è inevitabile un commento all’ipocrisia dell’Italia rappresentata dal governo Renzi. Queste le parole del nostro premier alla Cop21: “Il nostro Paese ha ridotto le emissioni del 23% dal 1990, ha un piano di investimenti per quattro miliardi di dollari da qui al 2020, le nostre aziende sono in prima fila, da Eni a Enel. L’Italia ha molto da dire e da fare in questo settore” e ancora “Noi stiamo andando nella giusta direzione e stiamo facendo tutti quegli sforzi che ci portano a essere una delle nazioni guida in questo settore. Sono ottimista, ma è ancora lunga per giungere a un accordo globale valido”. “Spero che l’accordo sia il più vincolante possibile, altrimenti si rischia un impegno scritto sulla sabbia”. Infatti, i vincoli scaturiti dal documento finale della Cop21 di Parigi sono estremamente labili e generici e non fanno presagire nulla di positivo e certo per le sorti del pianeta, richiedendo invece la consapevolezza e la mobilitazione dei popoli al fine di scongiurare l’autodistruzione o un ulteriore aggravamento delle già precarie e sofferenti condizioni di salute dei popoli.

Queste considerazioni generali sono strettamente collegate alle seguenti ragioni per le quali occorre, il prossimo 17 Aprile, votare sì:

1. Con i quesiti referendari abbiamo già ottenuto risultati importanti. Adesso facciamo un altro passo in avanti.

L’esecutivo del governo Renzi per mesi ha portato avanti una strategia per impedire che si giungesse a questo importante appuntamento referendario. Determinato a scongiurare la possibilità che i cittadini potessero esprimersi sulle scelte politiche in materia energetica, mettendole in discussione, ha utilizzato qualunque mezzo: lecito e non, amministrativo e di mera propaganda. In quest’ottica vanno letti:

  • il ricorso alla legge di Stabilità del 2016 per eludere principi e prassi decisorie del cosiddetto “Sblocca Italia”: scompaiono “per magia”, grazie ad un semplice emendamento, i principi di «strategicità, indifferibilità, urgenza, pubblica utilità», ovvero l’anima stessa del decreto legge convertito nella Legge n. 164/2014;
  • la titolarità all’esproprio ancor prima dell’esito delle attività di prospezione e ricerca, così come la facoltà di assoggettare quote considerevoli di territorio per costruire infrastrutture funzionali agli impianti e alle attività di trasformazione e trasporto degli idrocarburi al di fuori delle aree di concessione;
  • la Conferenza dei Servizi, che viene di fatto svuotata di ogni potere. Alle Regioni e agli Enti Locali viene negata la possibilità di raggiungere un’intesa “forte” con il Governo che, in caso di situazioni di disaccordo, può decidere senza ulteriore trattativa di ogni istanza di ricerca, permesso di estrazione o messa in opera di infrastrutture;
  • la cancellazione del Piano delle Aree, che determina le zone in cui le compagnie petrolifere possono avanzare richieste o meno, lasciando alle multinazionali la facoltà non solo di continuare ad avanzare richieste di permessi e concessioni in modo selvaggio e senza criteri condivisi da Enti locali e territori, ma addirittura concedendo loro la facoltà di avvalersi di un doppio regime legislativo per l’ottenimento dei titoli.

Attualmente dei sei quesiti referendari, inizialmente presentati, tutti quanti ammessi nel novembre del 2015 dalla Corte di Cassazione, ne è rimasto soltanto uno. L’unico sul quale la Corte Costituzionale, proprio a seguito degli emendamenti alla legge di stabilità che ricalcano tre dei quesiti proposti, ha dovuto e potuto esprimersi in maniera favorevole.

Ne rimangono, però, elusi altri due che sono stati impugnati per “conflitto di attribuzione” da sei delle dieci Regioni che avevano depositato i quesiti nel settembre 2015 e sui quali si attende il provvedimento di ammissibilità il prossimo 9 marzo.

2. Le condizioni per dare una spinta contro il fossile sono favorevoli.

Ci sono persone chi vivono e lavorano a ridosso di centri oli, raffinerie, hub portuali, pozzi petroliferi, centri e/o pozzi di stoccaggio di petrolio e gas. Ci sono persone che vivono avendo sotto i piedi oleodotti e gasdotti. Ci sono persone che bevono e coltivano la terra con acque provenienti da falde inquinate da centinaia di sostanze chimiche, metalli pesanti e idrocarburi. Tutti coloro che ormai da anni avvertono sulla propria pelle il peso del condizionamento delle scelte economiche imposte dall’alto e tutti coloro – i lavoratori del settore della pesca e turistico/alberghiero – che potrebbero subirlo, oggi non si stanno ponendo il dubbio se appoggiare o meno il referendum, ma piuttosto come continuare ad accumulare forza sociale e politica per voltare pagina, per chiudere con leucemie, tumori, avvelenamento di acqua, aria, suolo e cibo, per andare finalmente oltre il modello energetico fondato sulle fonti fossili. Negli ultimi mesi, la combinazione tra la campagna planetaria di pressione esercitata dal basso nei confronti dei lavori della Conferenza Internazionale sul Clima a Parigi (COP 21) e la sensibilizzazione avuta con la lettera enciclica di Papa Francesco “Laudato sì” ha fatto da detonatore alle lotte territoriali contro le grandi opere. Ci troviamo inoltre in un contesto internazionale di forte accelerazione dell’iniziativa bellica, di repentino cambiamento degli assetti geopolitici ma d’altra parte anche di costante tendenza al ribasso storico del costo unitario di produzione del barile.

3. Il voto del 17 Aprile potrebbe favorire una grande coalizione sociale per attuare una transizione energetica verso le rinnovabili pulite.

Il voto del 17 Aprile è evidentemente un voto politico. Al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, il referendum è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni, per l’affermazione e conquista di maggiori diritti e per l’autodeterminazione dei territori possono al momento disporre per esprimersi in merito alla Strategia Energetica Nazionale che, da Monti a Renzi, resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione Italiana. Lo sanno bene tutti i comitati e le associazioni che lottano contro le piattaforme in mare, la Tap, le centinaia di chilometri di tubi delle reti di gas su faglie sismiche, le centrali e i pozzi di stoccaggio che provocano sismicità indotta. Lo sanno le reti per l’opzione Combustione Rifiuti Zero. Lo sanno bene anche i produttori ortofrutticoli e gli allevatori. Alle centinaia di associazioni a carattere nazionale si sono aggiunti i comitati NoTav della Val di Susa, il Forum Nazionale per l’Acqua Pubblica, la Confederazione Cobas, la Fiom, Libera e non certo in virtù di una squallida operazione di sommatoria aritmetica delle piccole convenienze locali. Chi conosce gli equilibri sociali, politici, culturali ed economici e gestisce – tra l’altro senza mandato elettorale! -le sorti di circa 60 milioni di italiani sa bene che il referendum – questo referendum – rappresenta una porta stretta attraverso cui solo uno potrà passare: o vinceranno la furbizia, il gioco sporco che il governo Renzi conduce con estrema arroganza in nome della TTIP, delle lobby finanziarie, degli inceneritori e del petrolio; o vinceranno le ragioni di chi chiede diritti, dignità, rispetto dei territori e della salute, affermazione del valore d’uso attraverso l’esercizio diffuso, decentrato e dal basso di più democrazia. Non abbiamo scelto noi il quesito su cui far convergere, in questa delicata fase di transizione autoritaria e centralizzatrice dei poteri, l’intelligenza e la potenza delle reti del conflitto e della proposta per quello che fino a pochi anni fa si definiva comunemente “un altro mondo è possibile!”. Abbiamo, però, nelle nostre mani uno strumento da poter utilizzare, una tabella che indica con chiarezza il percorso praticabile. Siamo consapevoli che ci attende un percorso duro e pieno di ostacoli, ma dobbiamo essere fieri di quanto siamo riusciti a fare e ottenere sino a questo momento, senza smettere però di essere ambiziosi! Portare al voto 26 milioni di italiane/i – tanti ne occorrono per il quorum! -, sapendo che i sondaggi danno il SÌ al 40% (previsioni che non erano state date nemmeno per lo scorso referendum su Acqua Pubblica e Nucleare!), deve voler dire avere la capacità di sintonizzarsi fraternamente, solidarizzare, crescere concentrandosi sull’obiettivo. Deve voler dire mettere a disposizione non un freddo dispositivo di propaganda, ma attivare un sentire comune, attivare saperi e progettualità essenziali per la sfida della transizione.

La transizione alle rinnovabili pulite non può essere una delega in bianco alla miglior convenienza delle lobbie energetiche. È anzitutto controllo consapevole esercitato dal basso, attraverso forme di condivisione e formazione/autoformazione costante. È espropriazione del monopolio alienato della scienza e pratica della soddisfazione a misura di bisogni collettivi individuati.

4. La spinta referendaria costringe molte compagnie a fare retromarcia.

Soltanto fino a poche settimane fa sarebbe stato un azzardo immaginare che, dopo la pioggia di richieste di permessi arrivati, alcune compagnie potessero abbandonare il campo. La spinta referendaria, letta come recepimento formale di una pressione crescente delle lotte sviluppatisi all’interno del Paese, ha creato, contrariamente alla volontà dell’esecutivo centrale, un quadro di forte incertezza normativa. È un fatto non di poco conto che il governo sia stato costretto ad emanare un apposito decreto di azzeramento per il permesso “Ombrina mare due” della Rockhopper nel Mare Adriatico, una delle più discusse e controverse concessioni in mare e che, nonostante le ripetute mobilitazioni di massa, i ricorsi e le leggi regionali, sembrava ineluttabilmente in fase di avvio operativo. Inoltre, alcune compagnie petrolifere hanno rinunciato alle proprie istanze di permesso di ricerca: Petroceltic per l’assurdo permesso di ricerca conferito di fronte alle isole Tremiti; Appennine Energy nel Mar Jonio; Shell abbandona i giacimenti nel golfo di Taranto, inviando al Ministero dello Sviluppo Economico la lettera con cui rinuncia al permesso di cercare idrocarburi nel mare fra Puglia, Basilicata e Calabria aventi per oggetto le due istanze d7482fr-sh e d7482fr-sh.

5. I territori continuano a contare.

In pochi mesi il processo messo in atto dalla strategia referendaria ha consentito di ottenere un vero e proprio capovolgimento dell’impianto centralizzatore e decisionista del famigerato “Sblocca Italia”: il recupero delle competenze regionali nelle procedure di Via. Un fatto assolutamente importante, ad esempio, per il progetto di ampliamento di “Tempa Rossa” che vede coinvolte due regioni: il petrolio e il gas estratti e stoccati in Basilicata verranno poi lavorati nella raffineria Eni di Taranto. Grazie all’assorbimento dei quesiti referendari negli emendamenti alla Legge di Stabilità, la giunta regionale pugliese potrà nuovamente disporre di poteri e competenze in merito e, soprattutto, i cittadini e i movimenti potranno tornare a contare e decidere avendo nuovamente un interlocutore istituzionale, sul quale esercitare il proprio peso politico. Come successo per le mobilitazioni per sollecitare le amministrazioni comunali a deliberare per chiedere ai rispettivi presidenti di giunta regionale l’impugnazione dell’art. 38 dello Sblocca Italia, il referendum agisce da esplicito catalizzatore motivazionale all’azione deliberante di giunte e consigli comunali contro numerose richieste di permessi, come sta accadendo in diversi comuni campani e lucani in questi giorni, dove sono gli stessi sindaci a convocare esponenti di comitati No Triv e movimenti a loro sostegno.

6. Renzi teme la debacle per “sue” riforme istituzionali.

Abbiamo poco tempo per riuscire ad incidere in modo adeguato ed efficace. Il Governo teme così tanto questo referendum da aver scelto la prima domenica utile per legge perché venga celebrato, costringendoci ad organizzare in tempi contingentati una campagna referendaria degna di questo nome. Ha deciso deliberatamente di sacrificare senza batter ciglio l’equivalente dell’ammontare annuale delle royalties – non meno di 350 milioni di Euro! – pur di evitare l’Election Day, fortemente richiesto dai movimenti. Il presidente del Consiglio non intende in alcun modo che la strada verso il referendum confermativo istituzionale, stabilito ad Ottobre 2016, che ha per oggetto la revisione del Titolo V della Costituzione, di cui lo “Sblocca Italia” è una sostanziale anticipazione, possa essere ostacolata da altri fenomeni di grande catalizzazione del dissenso. Lo stesso Renzi ha più volte dichiarato che in caso di sconfitta del “suo” referendum istituzionale abbandonerebbe il ruolo attuale e la stessa politica. Diamo quindi una mano al campione del decisionismo neoliberista a lasciare campo libero ad una grande coalizione per il bene comune! Il quadro è certamente complesso e dinamico. Gli elettori hanno voglia e necessità, dopo anni di lotte, di potersi esprimere non solo nel merito dei quesiti ammessi, ma dell’intera Strategia Energetica Nazionale.

Il referendum del 17 Aprile rappresenta in realtà un potente momento di accumulo positivo di energie sociali, saperi, creatività, veloce incremento di relazioni operative tra reti consolidate. Raggiungere il quorum in tempi così brevi e sapendo coinvolgere vittoriosamente 26 milioni di cittadine/ italiane/i, significherebbe saper guidare dal basso un intero processo di trasformazione sociale e politica di un paese ammuffito e intristito da una crisi asfittica, con effetti trascinanti anche per le lotte di altri paesi europei.

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