Al peggio non c’è mai fine

school

di Maria Rosiello  (l’articolo riguarda un dibattito sui problemi della scuola e più specificamente la legge 107/2015).

Ogni epoca storica ha una sua specificità che si riflette in tutte le manifestazioni individuali e sociali di cui essa è espressione. La scuola, inserita in un particolare contesto storico-ambientale, deve rispecchiarne le peculiarità, interpretarle e tradurle in risposte formative concrete. Questo vuol dire che, in un’epoca come la nostra, caratterizzata da profondi e repentini cambiamenti, la scuola, consapevole che non può isolarsi in un atteggiamento autoreferenziale, è sempre pronta ad andare oltre, a superarsi, ad aprirsi alle novità. In quest’ottica è la scuola stessa ad esortare provvedimenti legislativi che le consentono di stare al passo con i tempi. Che ben vengano dunque le riforme del sistema scolastico. Che siano riforme vere però! Volte a superare le criticità di un sistema educativo-formativo, a volte vetusto, inadeguato. Sono anni che si attende una ‘Riforma’ di questo tipo che, da un lato accolga le istanze della psico-pedagogia, da sempre impegnata nella ricerca di modalità programmatorie e formative all’avanguardia, dall’altro guardi ad una scuola che, nel rispetto dei contesti storico-culturali, risponda alle esigenze sociali emergenti. Una riforma che consenta alla scuola di raggiungere traguardi ambiziosi che si ispirano ad un soggetto attivo e competente, aperto al nuovo, disponibile a mettersi in gioco per diventare autore consapevole del proprio progetto di vita e non si fermi solo agli enunciati. Purtroppo le “pseudo” riforme che hanno investito la scuola in quest’ultimo ventennio si levano da tutt’altri presupposti. Esse, politicamente e chiaramente connotate, non solo non hanno migliorato il sistema scolastico italiano (lo dimostrano i dati rilevati sia a livello nazionale che a livello europeo) ma al contrario, si sono rivelate spesso deleterie per la scuola pubblica. E’ ancora vivo il ricordo dello scontro rovente che ha incendiato il pianeta scuola in rivolta contro i provvedimenti della riforma Gelmini, che ebbe il merito, dopo tanti anni, di ricompattare tutto il personale che vi lavora, docenti e non. E che dire del recente fermento altrettanto sentito e diffuso nelle scuole di ogni ordine e grado, contro la “buona scuola” renziana? Per questo suo dissentire, il mondo della scuola è stato spesso dipinto come una corporazione chiusa e conservatrice, restia al cambiamento. In realtà se guardiamo al passato più o meno recente, vedremo che numerosi sono gli interventi legislativi (l’istituzione del tempo pieno nella scuola primaria, l’introduzione degli organi collegiali, i Programmi della scuola secondaria di primo grado nel ’79, i Programmi dell’ ’85 per la Scuola Elementare, la L.148/90, i Nuovi Orientamenti del ’91, la L.104/92 e successiva L.170/10, la L.59/97…) apprezzati da quella stessa scuola che oggi pone resistenza. Evidentemente tali provvedimenti sono stati recepiti come vere spinte innovative volte a migliorare, adeguare, rendere moderno il nostro sistema formativo mentre le ultime riforme (La L.53/03, riforma Moratti, la L.169/08, riforma Gelmini e la “Buona Scuola” di Renzi, L.107/2015) sono state percepite come finte ‘riforme’, che hanno rappresentato per la scuola pubblica italiana, una graduale ma costante involuzione. Gli albori di questa scalata al ribasso probabilmente hanno radici più lontane. Risalgono all’epoca in cui come corollario della neonata autonomia e coerentemente alla nuova visione della scuola, i vecchi presidi e direttori didattici sono divenuti, ope legis, “dirigenti scolastici”, in pratica manager della nuova scuola-azienda. E’ in questo nuovo scenario che, a poco a poco, la scuola si è trasformata in “progettificio”, in una corsa a chi offre di più e meglio all’utente che non è più alunno-studente ma cliente. E’ nata cosi una spietata gara tra docenti e una poco costruttiva competizione tra scuole basata sulle lusinghe capaci di attrarre. Tutto ciò ha leso la dignità dei docenti, ormai divenuti semplici erogatori di servizi e ha minato il concetto stesso di scuola intesa come luogo delle conoscenze e della formazione. La scuola non può e non deve essere vista come un’azienda perché l’azienda è impegnata a produrre, pubblicizzare e vendere prodotti mentre la cultura non può essere mercificata, considerata alla stregua di un manufatto da promuovere, non può cedere il passo all’immagine’. La scuola ha il compito peculiare di formare i cittadini del domani, con un pensiero e un senso critico autonomo ed è questo che dovrebbe ispirare ogni azione innovativa. Ebbene le ultime riforme del sistema scolastico si mostrano insensibili a queste problematiche, anzi sembrano sposare appieno la concezione della scuola-azienda. La riforma Gelmini infatti, sulla scia e in continuità col precedente governo contribuisce allo svuotamento della scuola pubblica a favore del ‘privato’ che entra a gamba tesa nella scuola causandone lo sgretolamento. E’ una riforma non supportata da alcun fondamento psico-pedagocico, che risponde solo alla tremontiana logica dei tagli. Lo scenario è raccapricciante: da un lato si prevedono tagli scellerati che mortificano la scuola pubblica, privandola di risorse finanziarie e umane; dall’altro aumentano i finanziamenti alla scuola privata. Con queste riforme, appare del tutto evidente che lo Stato italiano intende derogare al privato uno dei suoi obiettivi e doveri costituzionali più alti. Non vorrei soffermarmi oltre sui contenuti delle varie riforme, già ampiamente trattati con cognizione di causa da chi conosce bene la scuola, crede e opera in essa. Preferisco invece analizzare gli effetti del dettato normativo sulla Scuola Primaria in particolare, all’indomani della L.169/08 e della mancata risposta della L.107/15. Perché la Scuola Primaria? Perché è il grado di scuola che conosco meglio e soprattutto perché è quella che ha subìto in modo più ingente i tagli. La Scuola Primaria secondo tutte le indagini internazionali era il segmento scolastico più riuscito, quello che funzionava meglio, che ci poneva, orgogliosamente, ai primi posti nelle classifiche mondiali. Mai riforma sarebbe intervenuta a sconvolgere in modo così radicale l’assetto pedagogico e organizzativo del fiore all’occhiello del sistema scolastico nazionale. E allora perché ciò è avvenuto? La risposta è chiara e immediata: semplicemente perché rappresentava il luogo dove erano più facilmente reperibili le risorse. Questo evidenzia lo scopo vero della riforma, ridotto a puro e sterile risparmio piuttosto che adeguamento del sistema scolastico alle istanze emergenti. Così mentre negli altri paesi si investe nella cultura, in Italia assistiamo ad un graduale ma costante impoverimento delle risorse che finisce per diventare un impoverimento anche pedagogico-formativo. Quando si parla di tagli, infatti, vengono subito in mente i tagli al personale (docenti e personale ATA) e di conseguenza, la riduzione dell’orario di insegnamento, ma in realtà essi implicano numerose altre questioni, tutte di grande rilevanza. Vengono soppresse classi di montagna o di piccoli centri, viene messo in discussione il regolare funzionamento delle scuole (pulizie, vigilanza..) che spesso, loro malgrado, si trovano costrette a chiedere un contributo alle famiglie all’atto di iscrizione. Nella Scuola Primaria l’effetto dei tagli si è avvertito in modo amplificato rispetto agli altri ordini di scuola per via dell’organizzazione modulare (tre insegnanti per ogni due classi) introdotta dalla L.148/90, che è stata completamente stravolta, di fatto abolita. E’ stato rispolverato e reintrodotto il vecchio maestro unico e per ragioni di ovvietà l’orario di insegnamento ridotto a 24 ore. Il governo e per esso la ministra Gelmini hanno voluto trovare il fondamento pedagogico nella necessità di una figura di riferimento dimenticando di aver lasciato inalterata l’organizzazione della Scuola dell’Infanzia con due insegnanti per sezione. Come dire che il bambino ha bisogno di una figura unica e meno ore di lezione a sei anni mentre a tre necessita di un’educazione plurale e di un tempo scuola più lungo. Per uscire dall’imbarazzo, nei regolamenti si parla di ‘insegnante unico o prevalente’ e si prevede una più ampia articolazione del tempo-scuola. All’atto d’iscrizione la famiglia, tenuto conto della proprie esigenze, potrà scegliere uno di questi quattro modelli orario: 24 – 27 – 30 – 40 ore. Peccato che dietro questa varietà di opzioni si nasconda, in realtà, un inganno. In seguito ai tagli infatti, gli organici degli insegnanti sono stati gradualmente calcolati sulle 27 ore settimanali con un’emorragia di esuberi che non si è ancora del tutto fermata. Un’altra conseguenza catastrofica è stata l’abolizione della compresenza che rappresentava un perno importate per l’impianto modulare a garanzia delle pari opportunità. La compresenza dava la possibilità di dedicarsi ai bambini con difficoltà o con tempi di apprendimento più lunghi, di insegnare l’italiano ai bambini stranieri, di svolgere quelle attività di laboratorio (teatro, pittura, ecc..) che richiedono la presenza di più insegnanti. In questo modo si riusciva a rispondere alle esigenze di chi ha bisogno di attività specifiche, a favorire l’integrazione, dunque ad ampliare l’offerta formativa. Non è forse questo impoverimento pedagogico? Rinuncia alle pari opportunità? In seguito alla mancanza di contemporaneità dei docenti, inoltre non ci sono più insegnanti disponibili per le supplenze brevi per cui sempre più spesso succede che gli alunni vengono smistati a gruppetti nelle altre classi, parcheggiati per ore. Questo vìola il diritto dei bambini e le norme di sicurezza. Succede infatti che le classi che, per effetto delle strette finanziarie sono divenute “pollaio” per l’elevato numero di alunni, si trovano ad ospitare altri bambini, di età diversa, con un solo insegnante e uno spazio inadeguato. In questo quadro è obiettivamente difficile immaginare una vera integrazione tanto dei bambini portatori di bisogni educativi specifici (BES), tanto di quelli affetti da disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), meno che mai per i diversamente abili nei confronti dei quali si è addirittura disposto un taglio di risorse umane per il sostegno e la possibilità di inserirne due per ogni classe. Altro che inclusione, successo formativo! La riforma inoltre, reintroduce, dopo 30 anni, la valutazione numerica in decimi. Ciò non ha rilevanza di poco conto. La valutazione numerica fa pensare ad un’operazione sommativa volta a classificare gli alunni per selezionarli, mentre lo scopo della scuola dell’obbligo dovrebbe essere quello di capirli e aiutarli nella loro formazione, mediante esperienze di apprendimento significative e motivanti che consentono a ciascuno di sviluppare in modo ottimale le proprie capacità, intelligenze e attitudini. Ciò avviene solo con una valutazione formativa che, in itinere, rileva i progressi degli alunni e in un clima di condivisione e partecipazione li aiuta a prendere consapevolezza dei punti di forza e di debolezza. La valutazione formativa, che non può esaurirsi nello sterile voto numerico, contribuisce al successo formativo dell’alunno, promuove lo sviluppo delle sue competenze e consente all’insegnante di ridefinire, migliorare e calibrare la sua azione didattica. Alla luce di quanto esposto, il mondo della scuola confidava, con l’ascesa di Renzi, in un intervento radicale che potesse eliminare o quanto meno attutire le falle del sistema scolastico. Purtroppo non è stato così. La struttura della scuola, in particolare della Scuola Primaria, rimane pressoché la stessa. Immutata ne è anche l’organizzazione oraria e la valutazione in decimi. La ‘Buona Scuola’ di Renzi non solo tradisce le aspettative di quanti avevano creduto alle belle parole che il neo premier aveva speso a favore della scuola, ma addirittura ne rafforza, ne esaspera alcuni aspetti negativi. Si tratta di un progetto governativo che per la sua ampia portata necessitava di un confronto collettivo, una discussione democratica e plurale sulle finalità della scuola, sui suoi obiettivi, sui fondamenti del principio educativo. Ci troviamo, invece, di fronte ad una imposizione autoritaria, unilaterale, che taglia diritti agli alunni, dequalifica ulteriormente la scuola pubblica e umilia la professione docente. La prima forte critica volta alla riforma Renzi-Giannini è la mancanza di un “cuore pedagogico“, che dovrebbe essere l’asse portante di ogni riforma. Non parte dall’alunno e dai suoi bisogni, non si rivolge mai agli addetti ai lavori, esclude la sperimentazione e la ricerca pedagogica, manca completamente di riferimenti al valore culturale dello studio e alla modalità e durata dell’apprendimento, alla cooperazione, all’integrazione, alla multiculturalità. Risponde invece alla ’solita’ logica economica e finanziaria, conferma l’idea di scuola –azienda e rilancia, a fronte delle esigue risorse pubbliche, l’ingresso dei privati come cosa normale. Prevede detrazioni fiscali a favore di chi finanzia scuole pubbliche o private e nel contempo non si cura del conseguente aumento delle disuguaglianze tra scuole a scapito di quegli istituti, dislocati in zone povere e disagiate, perciò poco appetibili per i privati. Di riflesso si confermano e aumentano i finanziamenti alla scuola privata e si prevedono sgravi fiscali per chi sceglie la scuola paritaria per i propri figli. Così mentre le aule pubbliche cadono a pezzi, gli istituti privati continuano a ricevere ingenti finanziamenti statali, senza che alle sovvenzioni corrisponda peraltro un controllo sulla qualità; mentre si foraggiano le scuole paritarie, si chiede l’intervento dei privati per mandare avanti la scuola pubblica. In questa logica aziendalistica il profilo del dirigente è completamente ridisegnato. La sua non è più una leadership diffusa, propria di una scuola democratica e partecipata, ma una concentrazione di poteri con vocazione autoritaria. Il dirigente ‘dominus’ diventa un organo monocratico con funzione di indirizzo al collegio dei docenti, così non solo sceglie il proprio staff di collaboratori, ma anche il proprio progetto di scuola. Il comma 14 della L.107 infatti, prevede che il nuovo PTOF (piano triennale dell’offerta formativa) sia elaborato dal collegio dei docenti sulla base degli ‘indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico’ e approvato dal consiglio d’istituto. E’ un vero capovolgimento. Il vecchio POF era approvato dal collegio dei docenti e adottato dal consiglio d’istituto. E’ una novità, ha grande portata perché riduce il ruolo del collegio dei docenti a funzione meramente tecnica e intacca la sua competenza esclusiva nell’ambito della didattica. Dal capo d’istituto inoltre passano le chiamate dirette, la valutazione e i “premi” in denaro ai docenti. Ciò lede la loro libertà, li rende ricattabili, espone al clientelismo e crea un clima di eccessiva competitività a scapito del ruolo formativo ed educativo della scuola. Per questo si parla di “superpoteri”, di “preside sceriffo”. Per questo la “Buona scuola” è messa in discussione non solo da chi la vive direttamente ma da chiunque crede nella scuola come bene comune. La L. 107 apporta innovazioni anche sostanziali nel sistema formativo italiano, ma non affronta le tematiche che stanno a cuore al mondo scolastico, tanto meno risolve le criticità sottolineate a più riprese da chi ogni giorno le affronta cercando magistralmente di aggirarne gli effetti. Non produce i cambiamenti che ci si aspettava. La scuola non diventa più ‘buona’, al contrario, diventa meno comunità democratica, meno ambiente educativo di apprendimento della persona nella sua globalità e più luogo di formazione di “produttori” addestrati ai dogmi dell’economia (M. Baldacci), che diviene il fine dell’educazione anziché il mezzo per vivere meglio. Non c’è che dire: al peggio non c’è mai fine.

 

 

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