Uno strumento fondamentale di contrasto alla corruzione

corruzione

Lo stillicidio di scandali che la cronaca riporta quotidianamente non lascia dubbi sulla validità della classifica che ci pone al primo posto fra gli stati più corrotti d’Europa.

Anche se non esiste ormai angolo di mondo che possa dirsi esente dalla corruzione, il livello abnorme che questa triste piaga ha raggiunto in Italia ha creato (e ancor più creerà) tali danni, da rendere assolutamente indifferibile l’applicazione di correttivi realmente efficaci.

E’ quindi necessario e urgente individuare questi correttivi che serviranno a difendere il popolo degli onesti, cioè dei diretti percettori dei guasti prodotti dalla corruzione, ma prima di parlare di soluzioni, bisogna chiarire il problema e, a tale scopo, elencherò una serie di brevi flash tratti da diversi saggi e articoli sulla corruzione.

  • La definizione più diffusa di corruzione la indica, in senso generico, come “la condotta di un soggetto che, in cambio di denaro oppure di altre utilità e/o vantaggi che non gli sono dovuti, agisce contro i propri doveri ed obblighi”. Invece la definizione più sovente utilizzata, di natura tecnica, si riferisce all’”abuso della posizione personale di un individuo, in quanto pubblico rappresentante o amministratore, per procacciare benefici personali”.

  • Da un saggio sul “Principe” di Niccolò Machiavelli: “Per corruzione Machiavelli intende la corruzione dei costumi e del modo di vita che si manifesta nel rifiuto o nella incapacità di porre il bene comune al di sopra degli interessi particolari. Nella città corrotta non c’è vera solidarietà, perché i cittadini si riuniscono solo per fare del male alla patria o ad altri cittadini, non c’è fiducia reciproca perché i giuramenti e le promesse sono rispettati solo fino a quando sono utili o vengono fatti solo per ingannare”. Oggi possiamo riassumere questo pensiero di Machiavelli affermando che “la corruzione alimenta la criminalità ed è da questa alimentata e, in generale, priva i popoli di un bene comune fondamentale: la legalità”.

  • La convinzione molto diffusa che la corruzione si possa combattere con nuove leggi è inesatta o fuorviante perché: a) nell’ordinamento giuridico italiano esistono circa 150.000 leggi molte delle quali sono talmente ambigue e contradditorie che sembrano scritte proprio per favorire la corruzione. Quindi più che un incremento servirebbe uno sfoltimento di leggi e normative; b) citando ancora il Machiavelli, “in una città corrotta non si trovano né leggi né ordini che bastino a frenare una universale corruzione. Perché, così come i buoni costumi per mantenersi hanno bisogno delle leggi; così le leggi per essere osservate, hanno bisogno dei “buoni costumi.” Il che significa che il sistema della corruzione prospera laddove la cosiddetta società civile è connivente con tale sistema.

  • La corruzione viene favorita moltissimo dalla mancanza di una stampa libera.

  • Un sistema corrotto tende (ovviamente) a contrastare la scoperta dei reati di corruzione e a vanificare la repressione degli stessi nei casi in cui vengono scoperti e questo è esattamente ciò che è avvenuto (e avviene) in Italia con l’indulto, l’inamovibilità dei dipendenti pubblici, le leggi contro le intercettazioni telefoniche, il finto perseguimento del falso in bilancio, la prescrizione accelerata dei processi e altro ancora. Secondo Robert Klitgaard, esperto del ramo, «la corruzione è un reato basato sul calcolo, non sulla passione. Le persone tendono a corrompere o a essere corrotte quando i rischi sono bassi, le multe e punizioni minime, e le ricompense grandi».

  • Fra i guasti maggiori che produce la corruzione bisogna elencare: 1) l’induzione dei cittadini al non rispetto delle regole che determina l’aumento dell’illegalità e dell’evasione fiscale; 2) la diffusione generalizzata della “raccomandazione” che impedisce l’emersione e perfino la permanenza in Italia dei talenti con conseguente aumento della mediocrità e dell’incompetenza professionale in tutti i settori della pubblica amministrazione; 3) l’incremento abnorme del debito pubblico che si traduce in tagli alla qualità e quantità dei servizi pubblici; 4) l’aumento della criminalità dovuto anche alla preferenza a stabilirsi in Italia degli immigrati più disposti a delinquere che contano sulla maggiore probabilità di impunità.

  • Secondo Gherardo Colombo l’ammontare annuo nel 2011 dei capitali sottratti dalla corruzione è stato di 60 miliardi di euro: se la eliminassimo, la nostra economia crescerebbe più di quelle dei paesi nordici.

Dopo questa (triste) lista di aspetti ed effetti della corruzione, possiamo esaminare gli strumenti di contrasto che sono sostanzialmente tre:

  • Un ricambio profondo e radicale della classe dirigente, sia in politica che nella pubblica amministrazione, finalizzato a dotare il paese di una struttura legislativa e organizzativa trasparente ed efficiente.

  • Un recupero (o una conquista?) da parte di tutta la società di una mentalità che privilegi il rispetto delle regole e i principi di solidarietà e di bene comune: lavoro lungo e difficile che deve partire dalla scuola e deve riguardare anche il mondo dell’informazione.

  • Tecniche e tecnologie che riescano a realizzare un sistema di controllo efficace e pervasivo di tutta la macchina dello stato.

Per restare nel tema indicato dal titolo di questo articolo, devo trascurare i primi due strumenti e trattare solo il terzo. Ma, rispetto ai primi due, mi preme comunque chiarire che, quand’anche fossero integralmente realizzati, la corruzione verrebbe attutita e, al massimo, ridotta a livelli tollerabili ma mai debellata.

Col termine tecnologie si intende il complesso di procedure informatiche ormai diffusissime in qualsiasi ambiente di lavoro ma, talmente assenti o boicottate negli ambiti della pubblica amministrazione italiana, da far sorgere il giustificato sospetto che questa assenza esista proprio perché funzionale alla corruzione. Comunque, se si considera che una diffusione capillare dell’informatica in tutti i settori della P.A. comporterebbe una grossa diminuzione dei posti di lavoro si comprende anche che la sostanziale complicità del personale nel boicottaggio dell’informatizzazione è motivata soprattutto dalla necessità di conservare il lavoro.

Col termine “tecniche” si indica un complesso di metodologie di lavoro finalizzate alla realizzazione di una rete di CONTROLLI che permettono di applicare miglioramenti in tutti i punti del sistema organizzativo che il controllo stesso rileva carenti o, come si dice comunemente, individua come punti deboli.

In termini più brevi, queste tecniche che prendono il nome di AUDITING, effettuano un’ANALISI CRITICA dei processi organizzativi con l’obbiettivo del MIGLIORAMENTO.

Le modalità con cui si svolge il lavoro dell’AUDITOR sono molto simili a quelle caratteristiche del sistema investigativo-giudiziario: si procede a una serie di interviste alle persone che operano in un determinato ambito lavorativo cercando di raggiungere due risultati: 1) il chiarimento dettagliato di tutte le fasi delle procedure lavorative; 2) l’individuazione delle fasi critiche e dei possibili miglioramenti.

A volte accade che l’auditor, per specifico incarico del committente o per costume professionale, ricerchi idee e soluzioni anche fuori dall’ambito lavorativo indagato ma più spesso, sono gli stessi titolari delle funzioni (a tutti i livelli gerarchici) che conoscono già, o hanno almeno intuito, le soluzioni atte a eliminare i punti deboli del proprio processo lavorativo ma non hanno ancora avuto il potere o l’opportunità temporale di applicarle.

In ogni caso, l’auditor deve muoversi nell’ambito di obiettivi predeterminati dal committente e, nella maggior parte dei casi il suo lavoro consiste nel “verificare il grado di conformità (rispetto ad una norma o una procedura o un capitolato) o di posizionamento (rispetto a dei criteri) da parte del settore organizzativo ispezionato”.

E’ facile comprendere quanto sia delicato il lavoro dell’auditor che, analizzando criticamente sistemi consolidati da tempo e spesso molto complessi, deve arrivare a suggerire modifiche e innovazioni che apportino realmente dei miglioramenti anche a costo di sconvolgere l’equilibrio fra i centri di potere.

Per poter svolgere questo lavoro, l’auditor deve essere dotato di grande obiettività e deve essere completamente indipendente dai settori organizzativi ispezionati. Inoltre deve essere capace di apprendere rapidamente le caratteristiche e gli snodi funzionali di sistemi organizzativi che possono essere particolarmente complessi o poco disponibili a farsi “sviscerare”.

In ogni caso, nonostante le difficoltà e le resistenze che può incontrare il lavoro di auditing, è del tutto evidente l’impatto migliorativo e il contributo decisivo alla lotta alla corruzione che queste procedure possono avere nell’ambito della pubblica amministrazione.

E’ per questo che il CONTROLLO in generale e l’auditing come metodologia tecnica specifica sono unanimemente considerati uno strumento fondamentale per la lotta alla corruzione e all’inefficienza nella pubblica amministrazione.

Per concludere, non si può ignorare la considerazione ovvia che questi strumenti potranno essere adoperati solo da una classe dirigente sufficientemente consapevole e trasparente che, purtroppo, in Italia sembra quasi scomparsa e, per poter sperare che questa classe riemerga, è necessario, a mio parere, sfatare due “convinzioni” che si sono diffuse da tempo dentro e fuori i confini nazionali.

La prima riguarda una presunta inutilità della lotta alla corruzione in Italia perché la nostra cultura sarebbe troppo permeata dalla mentalità dell’ “arrangiarsi” e dell’ “aggirare le regole”.

E’ una convinzione molto radicata e supportata da aspetti innegabili del carattere italico ma non può assurgere a regola universale e immutabile perché attiene a comportamenti umani per loro natura legati a condizioni contingenti e quindi variabili nel tempo.

La società italiana ha dimostrato ampiamente la propria volontà di rinnovamento civile in diversi momenti storici: uno per tutti, il tentativo di superamento del regime democristiano/clericale dei primi anni settanta che fu soffocato (anche con attentati terroristici) da centri di potere occulti straordinariamente “attrezzati” che riuscirono a congelare l’infima classe politica nei posti-chiave, provocando lo sviluppo della corruzione e del degrado civile attuali.

La seconda teoria che si tenta di diffondere, specialmente negli ultimi anni, ad opera delle forze politiche più corrotte, sostiene che il vero periodo d’oro della Repubblica fu quello antecedente alla “sciagura” di Tangentopoli e quindi si dovrebbe tornare ai meravigliosi costumi politici e stili amministrativi di quei tempi se si vuole uscire dalla profonda crisi attuale.

Senza perdere tempo a dimostrare la falsità di una tesi così assurda, mi limiterò a raccontare un episodio di quel periodo che certamente qualche mio coetaneo ricorderà. In occasione di uno dei tanti scandali che scoppiavano per tangenti pretese soprattutto da ministri e sottosegretari per favori di vario tipo, un giornalista (forse Montanelli?) propose provocatoriamente di calcolare un importo medio fra le tangenti percepite da questi “onorevoli” e di inserire questo importo direttamente nello stipendio di tutti i parlamentari per tentare di indurre questa gente a (finalmente) governare, invece di dedicare il proprio tempo alla continua caccia di danaro.

di Eros Greco

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi