Noi dentro questa guerra

case distrutte in Palestina

Dalla strage di Parigi ad oggi, in un crescendo a dir poco inquietante e sospetto, assistiamo ad un continuo tam tam, ad  una sorta di chiamata alle armi di governi (Francia in testa e Stati Uniti) e forze politiche dell’estrema destra al grido: siamo in guerra. Un grido cui non fa mancare il suo contributo buona parte della socialdemocrazia europea e dello schieramento di centrodestra (PD incluso, anche se in modo soft e più prudente). Ciò accade in relazione ad uno spostamento a destra dello scenario politico europeo, da un lato, e dall’altro in continuità con una visione miope e fallimentare dell’occidente capitalistico nel governo del mondo. Una visione che dalla guerra del Golfo in poi ha solo inanellato rovesci e sconfitte clamorose, tutte determinate da un uso cieco ed irrazionale della guerra, in spregio alle più elementari ragioni della politica e dunque alla soluzione reale dei problemi che sono la causa dei conflitti di ieri e di oggi. Si persevera, anche in questi giorni di festa e credo che ci accompagnerà in tutto il nuovo anno come un mantra, in un errore macroscopico. La perseveranza  nell’eludere le cause strutturali che determinano le molte guerre in atto da parte dell’establishment europeo e statunitense è qualcosa che non trova giustificazione nemmeno (o unicamente) nella presenza pur fondamentale degli interessi economici. Rispetto ai quali la politica, a livello mondiale, è ormai ridotta a ben poca cosa osservando una condotta ancillare che fa prevalere oggettivamente gli istinti peggiori del capitale, sostenuti, si fa per dire, dai fondamentalismi religiosi ed estremi che concorrono a delineare un quadro mondiale di caos e di assenza assoluta di governo. Il problema principale quindi è l’assenza o la crisi della politica e della governance del mondo. Non è facile definire questa guerra, perchè ha molte facce, stratificatesi con il tempo e che sembrano inestricabili. Guerre fra Stato e Stato (o pseudo Stato, come Daesh). Guerre civili nazionali e transnazionali. Guerre fra “civiltà”, o che comunque si ritengono tali. Guerre di interessi e di clientele imperialiste. Guerre di religione e settarie, o giustificate come tali. Questa guerra, in parte provocata dagli interventi militari statunitensi in Medioriente, prima e dopo l’ 11 settembre 2001, si è intensificata con gli interventi successivi, ai quali partecipano Russia e Francia, ciascun paese con i propri obiettivi. Ma le sue radici affondano anche nella feroce rivalità fra Stati che aspirano tutti all’ egemonia regionale: Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto e Israele, finora l’unica potenza nucleare.

In una violenta abreazione collettiva, la guerra presenta tutti i conti non saldati delle colonizzazioni e degli imperi: minoranze oppresse, frontiere tracciate arbitrariamente, risorse minerarie espropriate, zone di influenza oggetto di disputa, enormi contratti di fornitura di armi. In questo contesto la guerra cerca e trova appoggi fra le popolazioni avverse. E il peggio è che essa riattiva odi “teologici” millenari: gli scismi dell’Islam, lo scontro fra i monoteismi e i loro succedanei laici. Nessuna guerra di religione, occorre dirlo con chiarezza, ha le sue cause nella religione stessa: c’è sempre in essa un retroterra, un substrato di oppressioni, conflitti di potere, strategie economiche, ricchezze troppo grandi e troppo grandi miserie. Ma quando il “codice” della religione (o della “controreligione”) se ne appropria, la crudeltà può superare ogni limite, perchè il nemico diventa anatema. Da qui i mostri di barbarie, che si rafforzano con la follia della loro stessa violenza, come Daesh con le decapitazioni, gli stupri di donne ridotte in schiavitù, le distruzioni di tesori culturali dell’umanità. Ma proliferano ugualmente anche altre barbarie, apparentemente più “razionali”, come la guerra dei droni del presidente Obama (premio Nobel per la pace), la quale, ormai è assodato, uccide nove civili per ogni terrorista eliminato. In questa guerra nomade, indefinita, polimorfa, dissimetrica, le popolazioni delle due sponde del Mediterraneo diventano ostaggi. Le vittime degli attentati di Parigi, dopo Madrid, Londra, Mosca, Tunisi, Ankara ecc., con i loro vicini, sono ostaggi.

I rifugiati che cercano asilo o trovano la morte a poca distanza dalle coste dell’ Europa sono ostaggi. I kurdi presi di mira dall’ esercito turco sono ostaggi. Come è ostaggio (degli israeliani, egiziani e della comunità occidentale, Italia inclusa) il popolo palestinese e quello di Gaza in particolare, rinchiuso in una prigione a cielo aperto da un feroce embargo che non risparmia bambini, anziani e donne ammalate bisognose di farmaci e assistenza sanitaria che gli eredi delle vittime della shoa negano con la violenza dell’occupazione militare, nonostante le decine di risoluzioni di condanna dell’ONU e il sostegno al diritto ad uno Stato palestinese ormai quasi maggioritario tra i paesi e parlamenti del mondo.

Che fare dunque? Prima di tutto riflettere, resistere alla paura, alle generalizzazioni, alle pulsioni di vendetta. Naturalmente, prendere tutte le misure di protezione civile e militare, di intelligence e di sicurezza, necessarie per prevenire le azioni terroristiche o contrastarle. Ma, facendo ciò, esigere dai cosiddetti Stati “democratici” la vigilanza massima contro gli atti di odio nei confronti dei cittadini e dei residenti che, a causa della loro origine, religione o anche abitudini di vita, sono indicati come il “nemico interno” dagli autoproclamatisi patrioti. E poi esigere da questi stessi Stati che, nel momento in cui rafforzano i propri dispositivi di sicurezza, rispettino i diritti individuali e collettivi che fondano la loro legittimità. Gli esempi del “Patriot Act” e di Guantanamo dimostrano che ciò non è scontato. Ma soprattutto è decisivo oggi rimettere la pace al centro dell’agenda dei movimenti democratici e progressisti, a partire dalle forze più consapevoli di ciò che resta della sinistra nel mondo e dal mondo cattolico che è più in sintonia con il pensiero lucido e lungimirante di papa Francesco, cui inviamo i nostri affettuosi auguri di buon anno e di buona salute nell’opera generosa e autenticamente cristiana di riformare la Chiesa cattolica, anch’essa ostaggio della corruzione e di pezzi di curia in combutta con le peggiori forme del capitalismo trionfante. Sappiamo bene che in questo momento storico la pace è minoritaria nel mondo, minoritaria presso gli Stati e gli stessi popoli. Non coltiviamo illusioni circa le probabilità di realizzazione di questo obiettivo. Ma, al di là dello slancio morale che esso può ispirare, noi pensiamo che le iniziative politiche di resistenza alla catastrofe possano e debbano articolarsi e auspicabilmente concretizzarsi in tre direzioni,che per motivi di spazio sintetizziamo schematicamente proponendoci di tornare su di esse con un approccio analitico più adeguato.

In primo luogo il ripristino dell’effettività del diritto internazionale e dunque dell’autorità delle Nazioni Unite, ridotte al nulla dalle pretese di sovranità unilaterale, dalla confusione tra umanitario e securitario, dall’assoggettamento alla governance del capitalismo globalizzato, dalla politica delle clientele che si è sostituita a quella dei blocchi. In sostanza occorre mettere in campo idee di sicurezza collettiva e di prevenzione dei conflitti che siano funzionali ad una rifondazione dell’ONU. In secondo luogo, l’iniziativa dei cittadini e dei popoli, a partire da quelli europei e dal nostro paese. Un’ iniziativa che deve essere associata

ad un atteggiamento culturale di tipo nuovo, che favorisca un dialogo ed una convergenza tra popoli di cultura laica e cristiana e musulmani, indispensabili alla creazione unitaria del linguaggio di un nuovo universalismo.

In questo quadro, l’Europa può svolgere una funzione insostituibile, nonostante i sintomi della sua attuale decomposizione. Dopo la crisi finanziaria e la crisi dei rifugiati, la guerra potrebbe uccidere l’Europa. Questo continente può lavorare alla rifondazione del diritto internazionale, alla conciliazione tra stato di diritto e sicurezza, ad utilizzare la diversità delle comunità  presenti sul proprio territorio come materia per una nuova forma di opinione pubblica.

Vi è infine una quarta questione, strettamente legata alle tre problematiche sommariamente indicate. Essa riguarda il rapporto imprescindibile tra guerra e clima. Il neoliberismo sta imbarbarendo e distruggendo il pianeta. Basti pensare che la conferenza sul clima di Parigi ha fissato alcuni obiettivi ma non gli strumenti con cui realizzarli né le sanzioni per i paesi e le aziende inadempienti. Sul tappeto e al capezzale della Terra c’ è un modello economico che ne mette a rischio la sopravvivenza e che occorre rivoltare come un calzino. Esigere dai cittadini, cioè da tutti noi, di essere all’altezza delle loro responsabilità, è chiedere l’impossibile? Forse: ma è anche affermare che abbiamo la responsabilità di far accadere quel che è ancora possibile. O che può tornare ad esserlo.

di Giuseppe Chieppa

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