Non basta il titolo di una legge per avere una “Buona scuola”

Buona scuola

1.Valutazioni della scuola italiana.

Lo scorso mese di luglio il Parlamento Italiano ha approvato la legge 107/2015, meglio nota come “Buona scuola”. Se bastasse il solo titolo di una legge per cambiare e migliorare la situazione della scuola, saremmo i primi ad esserne felici. Che poi la scuola italiana avesse bisogno di una riforma, lo si sapeva già da tempo; ma che bastasse una sola legge per eliminare le carenze di cui, da anni soffre, è assolutamente ingannevole e fuorviante.

Dicono le inchieste che l’Italia, con il suo 21,7%, è il paese con la più bassa percentuale di diplomati tra i 27 Paesi Europei; con il suo 22,4%, dato del 2013, il nostro Paese si conferma ultima fra i paesi dell’Unione Europea, anche per numero dei laureati. Meglio di noi hanno fatto persino la Romania (22,8%), la Croazia (25,9%) e Malta (26%). Oltre il 50%, per numero di laureati vanno, invece, Irlanda, Lussemburgo e Lituania. Tutto ciò si spiega anche con l’elevato numero di abbandoni scolastici (17%,), che contraddistingue la nostra scuola. Peggio di noi stanno solo Spagna, Malta, Portogallo e Romania.  (Fonte Eurostat-Ufficio Scolastico dell’Unione Europea, Anno 2013).

Su questi dati c’è poco da discutere. Per un’analisi più puntuale, si consideri che il sistema scolastico italiano comprende la scuola dell’infanzia (3-6 anni), la scuola primaria (6-11 anni), la scuola secondaria di 1° grado (11-14 anni) e la scuola secondaria di 2° grado (15-19 anni). Come si può notare, la conclusione degli studi secondari è fissata al 19° anno di età, contrariamente a quanto avviene in tutti gli altri Paesi Europei, dove il termine degli studi secondari avviene con il raggiungimento della maggiore età, e cioè a 18 anni. E tanto già bastava per mettere mano ad un serio riordino dei cicli.

Quasi tutte le rilevazioni internazionali (Ocse, Pisa, IEA…) riconoscono che, in questo quadro, le scuole dell’infanzia italiane sono fra le migliori del mondo. Infatti, i dati degli ultimi venti anni, riguardanti la valutazione delle competenze in italiano e in  matematica, assegnano alla scuola primaria italiana una posizione che si mantiene fra i primi 5-6 posti. La situazione diventa invece critica a livello di scuola secondaria di primo grado, dove l’ultima ricerca assegnava a questo settore scolastico il 36° posto a livello mondiale (posizione molto distante da quella dei Paesi industrializzati e addirittura arretrata rispetto a quella di tanti Paesi emergenti). Il trend negativo continua con la valutazione degli studenti italiani fra i 15 e i 19 anni, il cui livello di preparazione si colloca, fra i Paesi europei, all’ultimo posto in lettura e al penultimo per competenze matematiche.

2.La lunga stagione delle riforme

La condizione favorevole della scuola di base è, non per nulla, conseguenza di una serie di interventi che l’hanno, via via, adattata alle esigenze dei tempi. Si ricordi l’innalzamento dell’obbligo nel 1962, l’istituzione della scuola dell’infanzia nel 1968, l’avvio del tempo pieno nelle scuole elementari nel 1971, la riforma dei programmi della scuola media nel 1979 e della scuola primaria nel 1985, la revisione degli “Orientamenti” del 1969, i “Nuovi Orientamenti” della scuola dell’infanzia nel 1991, la legge 59/97 sull’Autonomia delle Istituzioni Scolastiche, ecc. . .

Niente di tutto ciò, purtroppo, c’è stato per la scuola secondaria rimasta, sostanzialmente ancorata ai modelli della riforma Gentile del 1923, volta a formare cittadini e dirigenti organici ad uno Stato già fascista. E “non uno di più”. Era una scuola “d’èlite” in cui vigeva, senza possibilità di essere messa in discussione, la pratica della “bocciatura” selvaggia.

Nella successiva “scuola di massa”, invece, sancita dall’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana, i bisogni e le esigenze formative ed educative erano molto diversi. “Non uno di meno”, potrebbe essere lo slogan della nuova scuola, nata per garantire a tutti la possibilità di raggiungere i migliori traguardi educativi possibili. Si trattava, in questa nuova condizione, di porre mano, ad una riforma istituzionale seria,  radicale e complessiva.

3.Elementi positivi della “Buona scuola”

La nuova legge, in verità, si presenta estremamente ponderosa e di non facile lettura. Consta di un solo articolo scandito in 212 commi. Non mancano, certo, indicazioni positive, anche se molte di esse sembrano più di routine. Altre sono buone intenzioni, altre ancora, sono semplici luoghi comuni. Non sono certo da discutere, al comma 7, gli obiettivi del sistema scolastico italiano, individuati in competenze linguistiche, matematico-logiche e scientifiche, digitali, musica, arte, discipline motorie, cittadinanza attiva, legalità, sostenibilità ambientale, ecc. Per raggiungere questi obiettivi, sono indicati, quali strumenti, il rafforzamento dell’Autonomia delle Istituzioni, il Piano dell’Offerta Formativa (che diventa triennale), l’organico dell’autonomia il potenziamento dell’offerta formativa, adeguato a tutte le esigenze didattiche, organizzative e progettuali della scuola. Tutto positivo.

Assolutamente condivisibili sono anche l’aumento delle risorse economiche, il piano nazionale di formazione in servizio, la carta elettronica per l’aggiornamento dei docenti (500 euro all’anno), il piano nazionale per l’aggiornamento degli insegnanti sulle competenze digitali, ecc.. Interessanti e innovativi sono, a nostro parere, l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, la possibilità, da parte degli alunni delle scuole secondarie, di poter inserire nel proprio curriculum insegnamenti opzionali, la promozione delle pratiche di primo soccorso, la costruzione del profilo dell’alunno, associato ad una identità digitale e finalizzato alla valorizzazione del merito ecc.

Utili sembrano anche le indicazioni circa l’apertura delle scuole nei periodi di sospensione delle attività educative, l’apertura pomeridiana di esse al territorio, l’introduzione della pratica laboratoriale, il rapporto con le strutture educative territoriali, quali musei, laboratori di altre scuole, ecc.

Positivo è, infine, il tentativo di superare definitivamente il precariato,  tipico della scuola italiana, sebbene le complesse procedure di nomina in ruolo meritassero di essere gestite con maggiore razionalità e meno improvvisazioni, senza ledere le legittime aspirazioni di chi, nella scuola, è stato utilizzato per anni ed è messo ora nella necessità di accettare soluzioni molto difficili, quali i trasferimenti fuori regione.

4. Criticità della Buona Scuola

Bisognava, innanzitutto,  che la scuola dell’obbligo avesse, come in gran parte dei Paesi Europei, la durata di 10 anni, così come voleva la legge 30/2000 di Berlinguer, poi soppressa dalle riforme Moratti-Gelmini. Cosa che non c’è. Grande perplessità suscita il conferimento al Dirigente scolastico di poteri eccezionali, non solo per quanto riguarda la gestione dell’offerta formativa delle singole istituzioni scolastiche, ma anche per quanto riguarda il rapporto con i docenti. Cambia anche il sistema di assunzione del personale docente, scelto personalmente dal Dirigente scolastico, attraverso elenchi di ambito territoriale, e per tre anni. Vengono a cadere, in questo modo, due certezze della scuola italiana: la titolarità di cattedra, che non viene più garantita, e la continuità didattica, che può essere interrotta su valutazione personale del Dirigente.

Non accettabile è la composizione del nuovo Comitato di valutazione degli insegnanti (comma 129), di cui sono chiamati a far parte un rappresentante dei genitori e, pur limitatamente al secondo ciclo di istruzione, gli studenti. Ciò significa che un insegnante si trova ad essere valutato da chi viene da lui quotidianamente valutato, magari negativamente. Molto discutibili sono anche le norme che, di fatto, limitano la partecipazione degli Organi collegiali, sia nella persona  dei docenti (che vedono il loro ruolo subalterno a quello del Dirigente Scolastico), sia nella figura dei genitori, marginalizzati e resi ininfluenti.

Molto discutibile è anche la norma che consente di nominare coordinatori del Dirigente nella misura del 10% dell’organico. Per inciso diciamo che compito precipuo dei docenti è “insegnare” e non certo essere impegnati in compiti che spesso non hanno nulla a che vedere con lo specifico della professione docente.

Anche la scelta di questi docenti, appartiene di diritto, al Dirigente, vero deus ex machina, alle cui valutazioni, non sempre serene e comunque sempre soggettive, se non pericolosamente segnate da livori, è affidato il destino degli insegnanti e delle loro famiglie. Bisogna ammettere che, in queste condizioni, la libertà di insegnamento può ridursi e si riduce, di fatto e pericolosamente, a pura enunciazione di principio. Il sistema scolastico di un paese non migliora se i dirigenti scolastici entrano in competizione e tentano in tutti i modi di accaparrarsi i docenti migliori. Forse potremmo avere “scuole migliori” e “scuole peggiori” ma non certamente un sistema scolastico che raggiunge traguardi educativi positivi in tutte le zone del paese.

Quanto alla organizzazione delle classi e della vita di istituto, non può non riconoscersi che una classe con 28-30 alunni non può funzionare. Imprevedibile se non offensiva è la possibilità concessa al dirigente di ridurre, in presenza di particolari problemi, il numero degli alunni di una classe, ma sempre “nell’ambito delle risorse assegnate”. E’ come dire, fra l’altro, che si può diminuire il numero degli alunni di una classe per sovraccaricarne un’altra.

Si sa anche che, nella scuola secondaria italiana ci sono professori che insegnano la loro disciplina solo per 2 ore settimanali in ogni classe. Ciascuno di loro, per avere la cattedra completa di 18 ore deve insegnare in 9 classi, per un totale di circa 250 alunni. Una scuola così organizzata non può funzionare!

E’ anche incongruo un sistema educativo che prevede un orario di insegnamento che va dalle  25 ore per gli insegnanti della scuola dell’infanzia alle 18 ore dei professori della media. Né è funzionale una normativa che riconosce per alcuni settori dei docenti un obbligo di programmazione settimanale, come nel caso della scuola primaria, mentre  lascia questo impegno alla discrezione e alla volontarietà dei docenti delle altre scuole.

Infine, non può funzionare una scuola con un numero di materie esorbitanti rispetto al carico di lavoro sopportabile dagli alunni nella fascia di età compresa fra gli 11 e i 18 anni… Occorrerebbe, in altre parole, una drastica riduzione delle materie di studio e una focalizzazione su pochi assi portanti, rinviando gli approfondimenti specifici all’insegnamento universitario.

 

6.Conclusioni

Da qualche anno ho lasciato la scuola in cui ho fatto il maestro di scuola primaria per 8 anni e il Direttore Didattico e poi il Dirigente Scolastico per 32 anni, dal 1979 al 2011. Spesso mi sorprendo a riflettere su tutti gli anni trascorsi nella scuola: ai primi venti come alunno, ai successivi 8 come docente e ai 32 come Dirigente Scolastico. Quando negli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, frequentavo le scuole e il livello  dell’alfabetizzazione strumentale e culturale era molto basso, ero convinto che, con una  istruzione più elevata, avremmo risolto gran parte dei problemi della vita  quotidiana di tutti i Paesi del mondo, a cominciare dal nostro. Il livello di istruzione, da allora, risulta notevolmente aumentato. Ma perché non sono risolti i problemi di fondo, cioè di ordine pubblico, lavoro, serenità, sicurezza e fiducia nel futuro? Perché i nostri giovani continuano ad emigrare? Che cosa non ha funzionato?

Mentre scrivo queste riflessioni il mio pensiero va alle innovazioni educative accadute o che stanno per accadere in Finlandia (ai primi posti in tutte le graduatorie dei sistemi scolastici). È di pochi mesi fa l’annuncio che i ragazzi finlandesi utilizzeranno i computer per imparare a scrivere mettendo da parte l’insegnamento del corsivo tradizionale. Tralasciando le nostre perplessità circa le difficoltà che ne potrebbero derivare per il coordinamento occhio-mano e il potenziamento della motricità fine delle mani, sarà ovviamente la storia a dare il verdetto sulla validità di questa nuova sfida educativa. È di questi giorni la decisione dello stesso governo finlandese di introdurre nelle scuole di Helsinki una nuova e rivoluzionaria pratica didattica: l’abolizione delle materie scolastiche. Insegnare per materie o per argomenti? Questo è il dilemma della Finlandia, che alla fine ha optato per la seconda opzione. Insomma, prima si incontrano i problemi poi si studiano le materie per risolverli. Discipline di studio quindi come strumenti e non come fini dell’educazione.

Da noi cosa succederà? Non sono un indovino e quindi non lo so.

Posso solo esprimere ciò che penso. Nel testo della legge non compaiono mai i termini “libro” e “lettura”.  Ho quindi difficoltà a pensare che una scuola, in cui non si “legge” possa essere una “Buona scuola”.

di Franco Villani – ex Dirigente Scolastico

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi